Monday, December 17, 2007

hmmm


PICT0019.JPG, originally uploaded by configuratore.

ecomi, eccomi

Saturday, December 15, 2007

eccolo


DSC01861_2, originally uploaded by configuratore.

Eccolo, 13 aprile 1893

río (mar segun Luigi)


río (mar segun mimo), originally uploaded by empalagarme de mar.

río (mar segun Luigi)

detrás de esos días


detrás de esos días, originally uploaded by empalagarme de mar.

attendi, attendi.. cazzo

Friday, April 13, 2007

Flickr

This is a test post from flickr, a fancy photo sharing thing.

Tuesday, January 30, 2007

LuCafausu

Il falso Luca
[Lu Caf'Haus(u)]

This project is about things that acquire a value of aesthetic configuration but that also contain aspects related to anger, ethics, politics, and all those things that are pertinent to life


Lu Caf'Haus(u) è territorio d'accumulazione di senso, di svolgimento di senso.
Di mancanza di senso.
È quello che siamo e non siamo simultaneamente, (scandalosamente) senza scandalo.

È ciò che stiamo diventando e quello che siamo non stati.
Al centro esatto di un lungo corridoio d’insalienze e fallimenti (una volta erano cipressi), passaggio per il limbo.

È il nulla, segno oscuro, campo della disfatta.
È un presagio inaccessibile, luogo alieno...

È il varco per l'ade

Circa un anno fa (appena prima dell'estate) Efrem, un ragazzo barbuto, nel cortile del Care Of mi disse che era di San Cesario: "abito in periferia, allucafausu". Pensai: "abita in un falso Luca, al-Luca-fausu (al-Luca-falso).
Nei giorni che seguirono il falso Luca mi tornò spesso inspiegabilmente in testa.

Dopo un paio di mesi a San Cesario eravamo in auto. Alessandra aveva una parrucca azzurra (blu come dice lei), erano le due di notte e tornavamo da una festa. Avevamo bevuto vino rosso, rum e chinotto, io anche masticato menta.
“Adesso ti faccio vedere una cosa” disse
“conosci lucafausu?“

colsi l'occasione al volo.

Il falso Luca ci fu davanti appena dopo un paio di curve e sensi vietati (guidava lei). Ci sono una decina di palazzine intorno a quella che credo si possa definire una piazza. Al centro una piccola struttura (oggetto mi viene da scrivere) di muratura sgretolabile, una specie di pagoda vagamente stravagante, fragile, decadente, quasi indecente.

Il quartiere di Efrem non prendeva il nome da un mentitore, ma da una Coffee-House che per decenni (secoli?) è stata tante piccole cose:

luogo di aggregazione per contadini, bar, tè-house, dimora per un giovane orfano e il suo cavallo bianco, pollaio, vespasiano, guardiola, garage, alcova, spazio liturgico, angolo per timidi gesti affettuosi, per i baci rubati, per approfondite sperimentazioni sessuali, protezione meteorologica per la malta (ed altri materiali edilizi), cassa armonica, bar, bisca, casa per giochi infantili, casa di Zorro, luogo notturno di malaffari, di sofferte dichiarazioni poetiche, di sussurri amorosi, toilette per cani e gatti, nido per rondini, spazio per segrete relazioni masturbatorie, pieve …

Era ed è un posto incredibile.
Una "metafora" credo si possa dire.

Quella notte persi il sonno
(non sembri esagerato lo perdo facilmente),
quello che non riuscivo neanche ad immaginare era il Suo processo di trasfigurazione, la Sua moltitudine in mutamento

Avevo davanti, però, anche una oscena metamorfosi: come poteva essere diventata "quella Cosa"? In quanto tempo? Perché?
La casualità spiegava probabilmente una parte del suo processo di cambiamento, il resto sembrava appartenere alla magia, alla teologia, all'antropologia. A limite all'arte.

Alessandra mi lasciò a casa molto tardi, poco dopo iniziai un sogno in cui non facevo che aprire portoni di legno marcio. Ero sopraffatto da un odore di muffe e licheni. Decine di passeri nel festeggiare il crepuscolo, mi sollevarono da quel torpore. Fu allora che, nel sogno-veglia, ebbi una visione modesta ma netta: vidi il Cafauso come destino delle armoniose passeggiate di un gruppo di donne ben vestite.
In tutte vestivano in lino chiaro, parlottavano nei meriggi assolati di fine secolo. Un'indolente escursione all’ombra dei cipressi, tutte loro circuivano l’attesa chiacchierando verso un caffè fatalmente servito con molta dovizia di particolari.

Nei giorni che seguirono tornai molte volte allucafausu. La realtà che continuavo ad osservare strideva con la visione immaginata durante quell’alba: Non era che un quartiere in corso, nella periferia qualunque di un paese del suditalia, una piazza che girava (e gira) vorticosamente in cerchio; case e palazzine in costruzione, gru e macine, pietre leccesi e piastrelle da bagno, una pianta di fichi (memoria di un parco o della campagna), una decina di alberi di pepe rosa, lamiere, polvere, gesso, muretti di cemento, sassi, un deposito temporaneo per furgoni, una rosa di auto nuove per lo più familiari, gente che passa e si affaccenda con pacchi e fagotti. Bambini che seguono ed inseguono. Citofoni che in un stridente crepitio urlano ordini indecifrabili e sussurrano segreti e languori, in un dialogo solo in apparenza inverosimile.

Il Coffe-House vespasiano per gli operai del cantiere:
"vanno dentro a pisciare, altro che caffé!"
È Mariangela a dirlo, è lei la bambina che forse più di tutti ama quel posto.
All'inizio imbratta l'interno scrivendo i numeri di telefono dei suoi compagni di gioco, sono numeri inventati con accanto ammiccamenti erotici.
Chiama 0832-657898… irene è una porka.
La sua casa è una di quelle che "guarda" il Cafausu dall’alto. Un giorno mentre nnu mesciu* urinava sui muri del suo protetto, chiese a Mario di lanciare nnu tronettu a mmienzu le anche te ddrhu cugghiune**. Funzionò,
dopo un inseguimento nei giorni che seguirono lli mesci non urinarono più nel cafausu.

Molti abitanti, in questi anni hanno protetto inspiegabilmente questa piccola architettura senza valore, friabile e sottile come una terra cotta.
L'edificio appare inutile, la villa a cui apparteneva è svanito nei meandri delle logiche complesse e caotiche della speculazione edilizia. Siamo nella prossima periferia del paese e con il nome "la villa" si può solo osservare una serie di palazzine a schiera realizzate dalla fine degli anni settanta, a circa un km dal cafausu.

Con il nome "Uccio della Villa“ è identificato il signore (morto da tempo) che lottizzò alcuni decenni fa quel territorio. Lo aveva guadagnato per coltivarlo, erano quelli gli anni delle lotte contadine dell'Arneo, anni di lunghe sofferenze e occupazioni che si conclusero con una serie di concessioni da parte del governo.
Il terreno della villa fu quindi sottratto alle proprietà di una famiglia inutilmente nobile.

Maria Concetta ha 65 anni ed è sarta, lei dice che l’ultima passeggiata per un caffè nella villa fu fatta secondo lei fra gli anni sessanta e settanta, da una dozzina di donne tutte fra i 16 ed i 30 anni.
Mi mostra una foto, molte hanno volti mediorentali, tutte sono piuttosto alte, magre, con la pelle chiara; olivastra un paio.
Addosso vestitini corti, anni ’60, di cotone a fiori e colori tenui (ma la foto è in bianco e nero).
Quasi tutte appaiono scalze con le gambe nude.

Concetta me ne indica prima una,
Dice: “Quista era amica mia..”. Valentina Scorrano da Presicce, è la piu’ in carne, con un paio di occhiali da professoressa e grossolane treccine.
Poi un’altra
È la tredicesima, è nelle retrovie, appartata e triste, appare molto giovane, con uno sguardo alieno e sofferente, lotta con il vento che le solleva la gonna, è alta magra con un ciuffo di capelli che le copre un occhio.

“Sta zoccula pare ca nnu tene nienzi sutta no?”
“questa zoccola sembra che non abbia nulla sotto (la gonna) no?”

Maria Concetta ne pare convinta e ridacchia con una certa volgarità, mostrando i suoi denti d’oro.

Lei come una delle donne nella foto è una chiangimuerti (una che piange i morti a pagamento durante i funerali). Pare che si sia arricchita non poco con una condotta collaterale al produzione di lacrime: il pulir cadaveri. Si sa, a volte gioielli ed ori, nel trambusto emotivo di un lutto svaniscono, soprattutto se sei morto da solo e non ti rimangono poi tanti parenti in vita. Ora quindi non ti rimane che osservare una donna china sul tuo corpo, intinge la sua spugna nell’aceto, la bagna poi con l’acqua frizzante. (E’ che non sei riuscito neanche a pagare l‘ultima bolletta, l’Acquedotto Pugliese ti ha cordialmente ricambiato con una ligia azione di riscossione).
Mentre sei nudo la vedi, per un attimo si interrompe, lascia la sua spugna sul tuo ventre, guarda oltre la soglia ed in silenzio chiude la stanza a chiave.

Dopo due mesi, Fabrizio mi raccontò invece una storia d’amore. Lo fece fumando una pipa, era il suo compleanno, faceva 79 anni. Al cafausu ci andava a giocare a carte dalla piazza con i suoi amici per tutti gli anni ’80. I tavolini e le sedie erano di plastica, e le carte a volte volavano via.
La figlia di uno dei nobili (?) militari inglesi che abitavano la villa, si innamorò di un ragazzo (pare fosse un soldatino), scuro di pellle e capelli, italiano, figlio di povera gente. L’unico modo per parlarci era raggiungerlo oltre il cafausu. Stagliandosi all’orizzonte, delimitava la fine della propretà. La ragazza fu per due anni protetta da cugine e parenti, rubò parole e promesse in quel posto, annusando profumi di fiori e odori di pelle al sole.

I genitori della ragazza erano a San Cesario per aiutare militari e gendarmi italici a combattere i Briganti, ma nessuno avrebbe potuto assicurare la famiglia che quel ragazzo scuro di pelle non avesse avuto alcun rapporto proprio con la temutissima banda di fuorilegge.
Vincenzo racconta che la giovane donna morì pochi anni dopo, prima però ottenne la promessa che quel coffe-house non sarebbe mai andato distrutto. Lo fece senza svelare nulla, mantenendo un segreto fino alla fine. Tale promessa fu poi ereditata da Uccio e successivamente (come una liturgia) anche dagli acquirenti che seguirono. Tutto senza clamori, e in molti casi senza neanche una minima richiesta di spiegazioni.

Queste storie però sono al massimo probabile, più facilmente completamente inattendibili, sono solo alcuni dei tanti racconti di chi girano intorno al cafausu.

Come quello che lo racconta “dono d un principe turco”.

E' stato malamente restaurato dalla gente che lo osserva dall'alto, che lo abita o forse da Uccio della Villa, per un patto d'onore che fu allargato alle istituzioni o la comunità. E' stato anche sostenuto e soccorso come un animale in estinzione, (Marco e Giuseppe, meccanici, lo chiamano "il Panda") e persino per mezzo di una raccolta di firme poste all'attenzione del sindaco.

"Avevamo paura che si sbriciolasse"

dice un ragazzo prima di ridere, probabilmente dicendo il sentito dire.

Il Cafausu aveva 5 aperture (o forse no) e una struttura ad esagono (il vento salentino deve aver fatto i propri porci comodi per decenni), ora ha solo un'entrata (quella frontale), le altre sono murate; un paio di queste persino protette con ansia, da una barra in cemento.

Il cafausu è un mistero, o meglio è una auto-configurazione ai margini del caos.

Paula e Morgana hanno una storia da raccontare, una storia dolorosa e lontana. Una storia d’amore e morte, una storia di abbandoni non voluti, la storia di una malattia senza scampo. La storia è in una lettera resuscitata, una lettera protetta e sussurrata per decenni. Morgana l’aveva fra le ginocchia una sera, era reliquia sotto il Cafausu. L’accarezzava come si fa con un bimbo. Morgana e Paula hanno silenzi e amore da vendere, è il dono di quella ragazza lontana che è forse una santa, eredità mal celata, sangue del loro sangue, di una persona che chiedeva un abito bianco e scriveva parole soffici mentre la morte la spingeva su un fianco. Parole così sottili che ad ascoltarle non puoi non vedere la tua pelle mutare.

Era il 25 luglio, come spesso accadeva, ero a piedi, (è difficile trovarlo, prima di arrivarci mi perdo sempre un po'). Avevo appena organizzato la mia terza passeggiata al cafauso, ma quel giorno ascoltavo il borbottio del caffé. Da lontano Lui appariva al centro come in una scena teatrale.
La luce per tutto il pomeriggio non gli è quasi mai favorevole; le ombre lunghe dei palazzi e degli alberi l'oscurano, ma alle 13 il sole inonda quelle ridicole ossa di cava, e dopo il tramonto nonostante la triste luminosità dei lampioni, appare fiero come una donna in maschera a Carnevale.

Lo puoi vedere in molti modi, in piena solitudine (la notte) o di giorno, sempre più confuso da altro: auto, moto, cumuli di terra, sabbia, calce, gente che urla e passa continuamente, in un trambusto che in ogni caso resta ineluttabilmente soffice.
Quel pomeriggio faceva caldo ed un enorme caffé stava per uscire, il gorgoglio veniva fuori nettamente dalla Sua naturale cassa acustica, una voce simile a quella della moka di casa. Da lontano mi accorsi solo dopo un po' che dentro c'era una lambretta color crema, precisamente al centro (come in un piccolo e vezzoso garage).

Il borbottio si esaurì quando la motocicletta con un botto si spense.
"Bisogna accenderle ogni tanto"
disse il tipo, e poi mi chiese se volessi comprarla.

La gente del quartiere (quella che ogni mattina dall'alto si affaccia sul cafausu) è disposta a raccogliere del denaro per una festa. E' una mia idea, ma a loro è piaciuta moltissimo, progetterò con loro le luminarie, tutte partiranno dal cafausu per arrivare sui tetti dei palazzi intorno, o forse è meglio che partano dai palazzi per giungere fino al cafauso.
"Bisogna fare qualche cosa", hanno detto.

Ho dormito l'altro giorno in una di queste case (lo farò ancora).

La mattina dopo, Giovanna e suo marito Sandro mi hanno fatto il caffé, poi sono uscito sul balcone, sorseggiando anzi "rufando" come si dice qui. Il liquido era davvero bollente, se il cafausu fosse uno strumento dovrebbe "rufare", ho pensato e potrebbe essere soffiato da un balcone in alto, come un sax, o meglio come uno strumento a s-fiato.




E' da un po' che ne parlo e ne penso.

Il cafauso è un chiodo fisso,
la mia linea politica, la mia etica, la mia giustizia.

E' com'essere innamorati, come odiare.

Per ora una serie di idee, da realizzare o escludere:

Il Cafausu è da anni dentro di me, forse coincide con i miei doppi, con i miei me stesso, i miei non io. Vorrei che lo fosse anche fisicamente (dentro di me), cosi potrei spostarlo ovunque. Ho preso contatto con una importante Laboratorio di Ricerca ed una Università di NanoTecnologie, ho chiesto a straordinari scienziati (alcuni di loro pienamente artisti) di fare incorporare nel mio organismo ed in modo permanente, una nano-scultura a 3-D del cafausu. Me la immagino bianca come una nuvola. In questo momento stiamo cercando un materiale che non mi avveleni lentamente (“o rischi di morire per l’arte nell’arco qualche anno” mi è stato detto), un materiale bio-compatibile, quando si parlava di scegliere i materiali e si discuteva sui costi, sembrava stessi scegliendo le mattonelle di un bagno. Vorrei poi realizzare una foto della nano-scultura nelle stesse dimensioni del vero cafausu ed esporlo in un luogo lontano. San Francisco? Silicon Valley? Mi piacerebbe lavorare su questi temi con Gordon Knox, un meta-artista, antropologo, direttore di programmi di residenza e curatore. Amante delle auto-configurazioni ai margini del caos.

Con gli abitanti che vivono intorno al cafausu vogliamo realizzare una festa, quasi un giorno della memoria (o della smemoratezza). La festa del cafausu (e per Aldo Calò). Non sappiamo ancora quando, ma tutto potrebbe essere realizzato con i soldi degli abitanti del quartiere. Il sindaco ha detto che alla fine qualcosa riuscirà a trovarla anche lui, ma nessuno qui si fida granchè. Faremo una colletta. Abbiamo trovato una banda e un sacco di musicisti disponibili a suonare per tutta una notte. Altri a suonare per ore dentro la piccola costruzione. Proverò a chiederlo ai Kronos Quartet;

Mi piacerebbe rivedere l’ultimo caffè preso da quelle giovani e bellissime donne a cavallo fra gli anni sessanta e settanta. Sembrava un caffè rubato, una performance, una rappresentazione, ma la villa era ancora lì. Ora il caffè e la passeggiata sarebbe fra le auto parcheggiate e i palazzi appena costruiti;
Non tutti gli abitanti del quartiere sarebbero disposti ad evitare di parcheggiare intorno alla costruzione per quel giorno, ma uno sforzo lo faranno. Un gruppo di ragazzi mi ha chiesto di partecipare con delle bancarelle. Uno di loro ha un panificio, ho pensato di realizzare un pane a forma di cafauso (un pane al grano duro, orzo e chicchi di caffè);

Il cafausu al centro di una lenta scena "molto cinematografica da Lui escono le note di canzoni anni sessanta e s'intravede un tavolino con su appoggiato un mangia-dischi (in vinile ovviamente). Si ascolta "parole, parole, parole" di Mina e Albero Lupo, poi "amara terra mia" di Domenico Modugno, poi magari anche altro, per la gente che vive intorno. Forse però mi piacerebbe che queste nostalgie fossero diffuse ed interpretate dalla voce di Matilde e i suoi StudioDavoli.

Un decennio fa, attorno al cafauso, c'era la campagna, ed appoggiato ad un Suo lato, una tettoia. Lì un ragazzo e un cavallo bianco, hanno vissuto per anni, alcuni dicono che fossero innamorati. Ora il ragazzo vive probabilmente a Bologna. Alcuni dicono che anche quell cavallo è vivo. Mi piacerebbe portarlo a fare una passeggiata. Mi piacerebbe chiacchierare con il suo padrone;

Vorrei lavorare ad un film che fosse una molteplicità di visioni;
Disegnerò una serie di cafausi: su blocchi di carta o forse lo dipingerò, olio su tavola, una per ciascuna parte, magari dal vivo, con tavolozza e trepidi, sperando che qualcuno mi faccia un caffè ogni tanto;

Proporre la frivolezza di una passeggiata pomeridiana verso il caffé. Chiederò alla gente del quartiere di vestirsi eleganti una domenica. MI piacerebbe pulirlo, lavarlo, profumarlo (di caffé?), stendere intorno (sull'asfalto) un manto d'erba da giardino. Mi piacerebbe che Cesare Pietroiusti e Giancarlo Norese partecipassero, in qualche modo, magari semplicemente servendo il caffè.

Cesare Pietroiusti, se non ricordo male, conosce molti modi per prepararlo, molti di quelli in cui si realizza il caffé nel mondo: ad infusione, alla turca, con filtro, alla "napoletana", con la moka, solubile, istantaneo, americano, bollito, ecc.. (è un mondo affascinante sopratutto quando poi si entra nei dettagli: nocciolato, in ghiaccio con latte di mandorla, con menta e limone, con panna, cappuccino, espressino, calabrese, in granita (di mandorla), uccio, brasiliano, carioca, corretto, e quanti altri?) Mi piacerebbe che Cesare con la sua carismatica sensibilità ed intelligenza con Giancarlo fossero aiutati da un Bar storico di San Cesario: il Bar Natale e dai suoi formatissimi camerieri. La bella gente va servita bene;

Sto progettando uno strumento a s-fiato che suoni il borbottio. Lo realizzerà, se lo vorrà ancora, Giovanni Oriolo, in terra cotta o porcellana (sarà un oggetto molto delicato, uno strano sax a caffé, si eseguirà in piedi, come la gente che Lo guarda dai propri balconi). Mi piacerebbe che lo suonasse Cesare, poi anche David e tanti altri amici e sconosciuti;

Cecilia Galiena ha inviato per email da San Francisco un piccolo disegno in cui compare un Cecilia mi ha inviato anche un disegno: è "lu coffe ice", - “lu” articolo che in salentino vuol dire "il" ma è anche il mio diminutivo: “Lu” - un enorme bicchiere di vetro al posto del corpo del cafausu, dentro ghiaccio, latte di mandorla e caffé, il tutto ricoperto dal tetto a pagoda che attualmente sovrasta l'edificio;

Cecilia come Katrina Teivane vorrebbe spostare il cafauso in un altro luogo. Chiederò a Rita e al suo gruppo di architetti ed ingegneri "Serbatoi per Collaudi di progettare lo spostamento come se si trattasse di un edificio di rilevante importanza archeologica. Chiederò loro anche di produrre un preventivo di spesa per lo spostamento. Quest'ultimo sarebbe, ovviamente, per ogni dettaglio, anche per ciò che sembra minuzioso o inutile: barre di cemento, grossolana muratura difensiva, affreschi e numeri di telefono di ragazzi. il marciapiede che l' affossa, ecc. Si è pensato a diversi luoghi interni ed esterni, come il Vaticano, New York, India, Afganistan, Croazia, il deserto Libico, ecc. A tutti invieremo formale istanza;

Sto realizzando e producendo una documentazione sulla "vera storia" del (e dei) cafauso. A San Cesario vive un ex bibliotecario divenuto non vedente, si chiama Ganfranco Coppola, conosce molto bene la storia locale. Amante dell'arte (anche di quella contemporanea) va spesso a "guardare” le mostre", dice di conoscere molto dei coffe house, forse tutto. Dice che a San Cesario come in tutto il Salento gli abitanti o sono o diventano barocchi, è sacrosanto;

Vorrei che Andrea Mantovano raccontasse la storia reale di questi luoghi pubblici e privati assieme, un incontro da tenere al cafausu.

Girerò un piccolo video con Santa Oborenko (artista lettone) armata e di guardia al cafausu, per un’intera notte. Vestita come le piace: di seta gialla, "armata per non uccidere" come direbbe lei; Katrina Teivane è anche lei una artista di Riga dice che gli "americani" hanno sbagliato. Non dovevano progettare di costruire un nuovo altissimo edificio al posto di ground-zero. Avrebbero dovuto lasciare il buco, in memoria. Katrina dice che vorrebbe levare il cafuso lasciando quello che resta. Pensavo che si potrebbe spostare, come suggerisce Cecilia Galiena, il cafausu. Pensavo a New York, magari come monumento al cafausu (l’originale come monumento alla memoria di se stesso) e lasciare il buco del cafausu a San Cesario come monumento alla memoria delle Torri Gemelle.

Parlavo con Fabrizio un pomeriggio, sotto il cafausu. Si chiacchierava di guerra, alcuni bambini disturbavano. Lui riuscì a dire che forse un progetto d'arte poteva essere quello di murare vivi quei bambini, chiudendo l'ultima delle entrate rimaste aperte. Il giorno dopo in Ossezia accadeva quella mostruosità di cui tutti grossomodo ora abbiamo poca memoria (ma tutti ancora ricordiamo Erode). E' una visione spaventosa e bellissima troverò un modo per realizzarla;

Sto realizzando una serie di foto "uno a uno" del cafauso per ognuno dei 6 lati, mi piacerebbe vederlo cubista. Spiaccicarlo su un enorme muro al chiuso di una casa privata;
Mi piacerebbe far vedere una foto, è la foto del cafauso sotto la neve. Me ne ha parlato Mariangela la bambina che gioca e protegge il cafauso. Una foto bellissima. parla di fantasmi e deisideri;

Esiste a San Cesario un artista dimenticato che ha regalato un museo d'arte contemporanea (dimenticato anch'esso), è Aldo Calò, ha partecipato diverse volte alla Biennale di Venezia. Mi piacerebbe che si raccontasse di Aldo Calò da dentro il cafauso, due dimenticanze.

Mi piacerebbe che tutta la gente e gli artisti coinvolti in questo progetto vivessero per un po' a San Cesario, che ne nascesse un convivio, una occasione di conoscenza. Sopratutto mi piacerebbe che fosse Alessandra Pomarico a curare interamente questa "residenza". Con il suo solito amore. Mi piacerebbe anche che Lei mi aiutasse a trovare la colonna sonora del Cafausu;

Vorrei realizzare la visione di una donna che ho conosciuto, si chiama Miele. Una donna drogata e violentata con una ferocia inaudita, proprio dalla persona a cui avrebbe sacrificato la vita, dal suo compagno di vita. Stuprata brutalmente e ferita, bruciata da lui e dai suoi amici e compagni di squadra, in una notte lunghissima e devastante. Lei era incinta durante la violenza del quinto mese, lui lo sapeva benissimo. Il figlio ora è tutto quello che ha. La visione che mi ha raccontato è quella di una Madonna Felina, con un bambino in braccio che per una giornata intera ruggisce alla gente che si avvicina al suo nido: il cafausu. Da quando me lo suggerito ho sempre pensato ad Anna Galiena, ad una perfomance che dura ore, al riparo dal sole estivo.

Tutto è aperto, vorrei portare ancora gente in questo posto, come ho fatto in questi mesi, e parlare del cafauso. A molti continuo a pensare (in questo momento con insistenza ad Emilio Fantin). Molte cose verranno oltre queste ipotesi e tante di queste non si realizzeranno. Passeggiando, guardando, perdendosi, seguendo il caso.

Cercherò di leggere i fondi delle tazzine del caffé...

Luigi Negro >
luiginegro@undo.net
www.undo.net - www.undo.net/synapser - www.undo.net/oreste +39 328 33 69 039

LuCafausu

Il falso Luca
[Lu Caf'Haus(u)]

This project is about things that acquire a value of aesthetic configuration but that also contain aspects related to anger, ethics, politics, and all those things that are pertinent to life


Lu Caf'Haus(u) è territorio d'accumulazione di senso, di svolgimento di senso.
Di mancanza di senso.
È quello che siamo e non siamo simultaneamente, (scandalosamente) senza scandalo.

È ciò che stiamo diventando e quello che siamo non stati.
Al centro esatto di un lungo corridoio d’insalienze e fallimenti (una volta erano cipressi), passaggio per il limbo.

È il nulla, segno oscuro, campo della disfatta.
È un presagio inaccessibile, luogo alieno...

È il varco per l'ade

Circa un anno fa (appena prima dell'estate) Efrem, un ragazzo barbuto, nel cortile del Care Of mi disse che era di San Cesario: "abito in periferia, allucafausu". Pensai: "abita in un falso Luca, al-Luca-fausu (al-Luca-falso).
Nei giorni che seguirono il falso Luca mi tornò spesso inspiegabilmente in testa.

Dopo un paio di mesi a San Cesario eravamo in auto. Alessandra aveva una parrucca azzurra (blu come dice lei), erano le due di notte e tornavamo da una festa. Avevamo bevuto vino rosso, rum e chinotto, io anche masticato menta.
“Adesso ti faccio vedere una cosa” disse
“conosci lucafausu?“

colsi l'occasione al volo.

Il falso Luca ci fu davanti appena dopo un paio di curve e sensi vietati (guidava lei). Ci sono una decina di palazzine intorno a quella che credo si possa definire una piazza. Al centro una piccola struttura (oggetto mi viene da scrivere) di muratura sgretolabile, una specie di pagoda vagamente stravagante, fragile, decadente, quasi indecente.

Il quartiere di Efrem non prendeva il nome da un mentitore, ma da una Coffee-House che per decenni (secoli?) è stata tante piccole cose:

luogo di aggregazione per contadini, bar, tè-house, dimora per un giovane orfano e il suo cavallo bianco, pollaio, vespasiano, guardiola, garage, alcova, spazio liturgico, angolo per timidi gesti affettuosi, per i baci rubati, per approfondite sperimentazioni sessuali, protezione meteorologica per la malta (ed altri materiali edilizi), cassa armonica, bar, bisca, casa per giochi infantili, casa di Zorro, luogo notturno di malaffari, di sofferte dichiarazioni poetiche, di sussurri amorosi, toilette per cani e gatti, nido per rondini, spazio per segrete relazioni masturbatorie, pieve …

Era ed è un posto incredibile.
Una "metafora" credo si possa dire.

Quella notte persi il sonno
(non sembri esagerato lo perdo facilmente),
quello che non riuscivo neanche ad immaginare era il Suo processo di trasfigurazione, la Sua moltitudine in mutamento

Avevo davanti, però, anche una oscena metamorfosi: come poteva essere diventata "quella Cosa"? In quanto tempo? Perché?
La casualità spiegava probabilmente una parte del suo processo di cambiamento, il resto sembrava appartenere alla magia, alla teologia, all'antropologia. A limite all'arte.

Alessandra mi lasciò a casa molto tardi, poco dopo iniziai un sogno in cui non facevo che aprire portoni di legno marcio. Ero sopraffatto da un odore di muffe e licheni. Decine di passeri nel festeggiare il crepuscolo, mi sollevarono da quel torpore. Fu allora che, nel sogno-veglia, ebbi una visione modesta ma netta: vidi il Cafauso come destino delle armoniose passeggiate di un gruppo di donne ben vestite.
In tutte vestivano in lino chiaro, parlottavano nei meriggi assolati di fine secolo. Un'indolente escursione all’ombra dei cipressi, tutte loro circuivano l’attesa chiacchierando verso un caffè fatalmente servito con molta dovizia di particolari.

Nei giorni che seguirono tornai molte volte allucafausu. La realtà che continuavo ad osservare strideva con la visione immaginata durante quell’alba: Non era che un quartiere in corso, nella periferia qualunque di un paese del suditalia, una piazza che girava (e gira) vorticosamente in cerchio; case e palazzine in costruzione, gru e macine, pietre leccesi e piastrelle da bagno, una pianta di fichi (memoria di un parco o della campagna), una decina di alberi di pepe rosa, lamiere, polvere, gesso, muretti di cemento, sassi, un deposito temporaneo per furgoni, una rosa di auto nuove per lo più familiari, gente che passa e si affaccenda con pacchi e fagotti. Bambini che seguono ed inseguono. Citofoni che in un stridente crepitio urlano ordini indecifrabili e sussurrano segreti e languori, in un dialogo solo in apparenza inverosimile.

Il Coffe-House vespasiano per gli operai del cantiere:
"vanno dentro a pisciare, altro che caffé!"
È Mariangela a dirlo, è lei la bambina che forse più di tutti ama quel posto.
All'inizio imbratta l'interno scrivendo i numeri di telefono dei suoi compagni di gioco, sono numeri inventati con accanto ammiccamenti erotici.
Chiama 0832-657898… irene è una porka.
La sua casa è una di quelle che "guarda" il Cafausu dall’alto. Un giorno mentre nnu mesciu* urinava sui muri del suo protetto, chiese a Mario di lanciare nnu tronettu a mmienzu le anche te ddrhu cugghiune**. Funzionò,
dopo un inseguimento nei giorni che seguirono lli mesci non urinarono più nel cafausu.

Molti abitanti, in questi anni hanno protetto inspiegabilmente questa piccola architettura senza valore, friabile e sottile come una terra cotta.
L'edificio appare inutile, la villa a cui apparteneva è svanito nei meandri delle logiche complesse e caotiche della speculazione edilizia. Siamo nella prossima periferia del paese e con il nome "la villa" si può solo osservare una serie di palazzine a schiera realizzate dalla fine degli anni settanta, a circa un km dal cafausu.

Con il nome "Uccio della Villa“ è identificato il signore (morto da tempo) che lottizzò alcuni decenni fa quel territorio. Lo aveva guadagnato per coltivarlo, erano quelli gli anni delle lotte contadine dell'Arneo, anni di lunghe sofferenze e occupazioni che si conclusero con una serie di concessioni da parte del governo.
Il terreno della villa fu quindi sottratto alle proprietà di una famiglia inutilmente nobile.

Maria Concetta ha 65 anni ed è sarta, lei dice che l’ultima passeggiata per un caffè nella villa fu fatta secondo lei fra gli anni sessanta e settanta, da una dozzina di donne tutte fra i 16 ed i 30 anni.
Mi mostra una foto, molte hanno volti mediorentali, tutte sono piuttosto alte, magre, con la pelle chiara; olivastra un paio.
Addosso vestitini corti, anni ’60, di cotone a fiori e colori tenui (ma la foto è in bianco e nero).
Quasi tutte appaiono scalze con le gambe nude.

Concetta me ne indica prima una,
Dice: “Quista era amica mia..”. Valentina Scorrano da Presicce, è la piu’ in carne, con un paio di occhiali da professoressa e grossolane treccine.
Poi un’altra
È la tredicesima, è nelle retrovie, appartata e triste, appare molto giovane, con uno sguardo alieno e sofferente, lotta con il vento che le solleva la gonna, è alta magra con un ciuffo di capelli che le copre un occhio.

“Sta zoccula pare ca nnu tene nienzi sutta no?”
“questa zoccola sembra che non abbia nulla sotto (la gonna) no?”

Maria Concetta ne pare convinta e ridacchia con una certa volgarità, mostrando i suoi denti d’oro.

Lei come una delle donne nella foto è una chiangimuerti (una che piange i morti a pagamento durante i funerali). Pare che si sia arricchita non poco con una condotta collaterale al produzione di lacrime: il pulir cadaveri. Si sa, a volte gioielli ed ori, nel trambusto emotivo di un lutto svaniscono, soprattutto se sei morto da solo e non ti rimangono poi tanti parenti in vita. Ora quindi non ti rimane che osservare una donna china sul tuo corpo, intinge la sua spugna nell’aceto, la bagna poi con l’acqua frizzante. (E’ che non sei riuscito neanche a pagare l‘ultima bolletta, l’Acquedotto Pugliese ti ha cordialmente ricambiato con una ligia azione di riscossione).
Mentre sei nudo la vedi, per un attimo si interrompe, lascia la sua spugna sul tuo ventre, guarda oltre la soglia ed in silenzio chiude la stanza a chiave.

Dopo due mesi, Fabrizio mi raccontò invece una storia d’amore. Lo fece fumando una pipa, era il suo compleanno, faceva 79 anni. Al cafausu ci andava a giocare a carte dalla piazza con i suoi amici per tutti gli anni ’80. I tavolini e le sedie erano di plastica, e le carte a volte volavano via.
La figlia di uno dei nobili (?) militari inglesi che abitavano la villa, si innamorò di un ragazzo (pare fosse un soldatino), scuro di pellle e capelli, italiano, figlio di povera gente. L’unico modo per parlarci era raggiungerlo oltre il cafausu. Stagliandosi all’orizzonte, delimitava la fine della propretà. La ragazza fu per due anni protetta da cugine e parenti, rubò parole e promesse in quel posto, annusando profumi di fiori e odori di pelle al sole.

I genitori della ragazza erano a San Cesario per aiutare militari e gendarmi italici a combattere i Briganti, ma nessuno avrebbe potuto assicurare la famiglia che quel ragazzo scuro di pelle non avesse avuto alcun rapporto proprio con la temutissima banda di fuorilegge.
Vincenzo racconta che la giovane donna morì pochi anni dopo, prima però ottenne la promessa che quel coffe-house non sarebbe mai andato distrutto. Lo fece senza svelare nulla, mantenendo un segreto fino alla fine. Tale promessa fu poi ereditata da Uccio e successivamente (come una liturgia) anche dagli acquirenti che seguirono. Tutto senza clamori, e in molti casi senza neanche una minima richiesta di spiegazioni.

Queste storie però sono al massimo probabile, più facilmente completamente inattendibili, sono solo alcuni dei tanti racconti di chi girano intorno al cafausu.

Come quello che lo racconta “dono d un principe turco”.

E' stato malamente restaurato dalla gente che lo osserva dall'alto, che lo abita o forse da Uccio della Villa, per un patto d'onore che fu allargato alle istituzioni o la comunità. E' stato anche sostenuto e soccorso come un animale in estinzione, (Marco e Giuseppe, meccanici, lo chiamano "il Panda") e persino per mezzo di una raccolta di firme poste all'attenzione del sindaco.

"Avevamo paura che si sbriciolasse"

dice un ragazzo prima di ridere, probabilmente dicendo il sentito dire.

Il Cafausu aveva 5 aperture (o forse no) e una struttura ad esagono (il vento salentino deve aver fatto i propri porci comodi per decenni), ora ha solo un'entrata (quella frontale), le altre sono murate; un paio di queste persino protette con ansia, da una barra in cemento.

Il cafausu è un mistero, o meglio è una auto-configurazione ai margini del caos.

Paula e Morgana hanno una storia da raccontare, una storia dolorosa e lontana. Una storia d’amore e morte, una storia di abbandoni non voluti, la storia di una malattia senza scampo. La storia è in una lettera resuscitata, una lettera protetta e sussurrata per decenni. Morgana l’aveva fra le ginocchia una sera, era reliquia sotto il Cafausu. L’accarezzava come si fa con un bimbo. Morgana e Paula hanno silenzi e amore da vendere, è il dono di quella ragazza lontana che è forse una santa, eredità mal celata, sangue del loro sangue, di una persona che chiedeva un abito bianco e scriveva parole soffici mentre la morte la spingeva su un fianco. Parole così sottili che ad ascoltarle non puoi non vedere la tua pelle mutare.

Era il 25 luglio, come spesso accadeva, ero a piedi, (è difficile trovarlo, prima di arrivarci mi perdo sempre un po'). Avevo appena organizzato la mia terza passeggiata al cafauso, ma quel giorno ascoltavo il borbottio del caffé. Da lontano Lui appariva al centro come in una scena teatrale.
La luce per tutto il pomeriggio non gli è quasi mai favorevole; le ombre lunghe dei palazzi e degli alberi l'oscurano, ma alle 13 il sole inonda quelle ridicole ossa di cava, e dopo il tramonto nonostante la triste luminosità dei lampioni, appare fiero come una donna in maschera a Carnevale.

Lo puoi vedere in molti modi, in piena solitudine (la notte) o di giorno, sempre più confuso da altro: auto, moto, cumuli di terra, sabbia, calce, gente che urla e passa continuamente, in un trambusto che in ogni caso resta ineluttabilmente soffice.
Quel pomeriggio faceva caldo ed un enorme caffé stava per uscire, il gorgoglio veniva fuori nettamente dalla Sua naturale cassa acustica, una voce simile a quella della moka di casa. Da lontano mi accorsi solo dopo un po' che dentro c'era una lambretta color crema, precisamente al centro (come in un piccolo e vezzoso garage).

Il borbottio si esaurì quando la motocicletta con un botto si spense.
"Bisogna accenderle ogni tanto"
disse il tipo, e poi mi chiese se volessi comprarla.

La gente del quartiere (quella che ogni mattina dall'alto si affaccia sul cafausu) è disposta a raccogliere del denaro per una festa. E' una mia idea, ma a loro è piaciuta moltissimo, progetterò con loro le luminarie, tutte partiranno dal cafausu per arrivare sui tetti dei palazzi intorno, o forse è meglio che partano dai palazzi per giungere fino al cafauso.
"Bisogna fare qualche cosa", hanno detto.

Ho dormito l'altro giorno in una di queste case (lo farò ancora).

La mattina dopo, Giovanna e suo marito Sandro mi hanno fatto il caffé, poi sono uscito sul balcone, sorseggiando anzi "rufando" come si dice qui. Il liquido era davvero bollente, se il cafausu fosse uno strumento dovrebbe "rufare", ho pensato e potrebbe essere soffiato da un balcone in alto, come un sax, o meglio come uno strumento a s-fiato.




E' da un po' che ne parlo e ne penso.

Il cafauso è un chiodo fisso,
la mia linea politica, la mia etica, la mia giustizia.

E' com'essere innamorati, come odiare.

Per ora una serie di idee, da realizzare o escludere:

Il Cafausu è da anni dentro di me, forse coincide con i miei doppi, con i miei me stesso, i miei non io. Vorrei che lo fosse anche fisicamente (dentro di me), cosi potrei spostarlo ovunque. Ho preso contatto con una importante Laboratorio di Ricerca ed una Università di NanoTecnologie, ho chiesto a straordinari scienziati (alcuni di loro pienamente artisti) di fare incorporare nel mio organismo ed in modo permanente, una nano-scultura a 3-D del cafausu. Me la immagino bianca come una nuvola. In questo momento stiamo cercando un materiale che non mi avveleni lentamente (“o rischi di morire per l’arte nell’arco qualche anno” mi è stato detto), un materiale bio-compatibile, quando si parlava di scegliere i materiali e si discuteva sui costi, sembrava stessi scegliendo le mattonelle di un bagno. Vorrei poi realizzare una foto della nano-scultura nelle stesse dimensioni del vero cafausu ed esporlo in un luogo lontano. San Francisco? Silicon Valley? Mi piacerebbe lavorare su questi temi con Gordon Knox, un meta-artista, antropologo, direttore di programmi di residenza e curatore. Amante delle auto-configurazioni ai margini del caos.

Con gli abitanti che vivono intorno al cafausu vogliamo realizzare una festa, quasi un giorno della memoria (o della smemoratezza). La festa del cafausu (e per Aldo Calò). Non sappiamo ancora quando, ma tutto potrebbe essere realizzato con i soldi degli abitanti del quartiere. Il sindaco ha detto che alla fine qualcosa riuscirà a trovarla anche lui, ma nessuno qui si fida granchè. Faremo una colletta. Abbiamo trovato una banda e un sacco di musicisti disponibili a suonare per tutta una notte. Altri a suonare per ore dentro la piccola costruzione. Proverò a chiederlo ai Kronos Quartet;

Mi piacerebbe rivedere l’ultimo caffè preso da quelle giovani e bellissime donne a cavallo fra gli anni sessanta e settanta. Sembrava un caffè rubato, una performance, una rappresentazione, ma la villa era ancora lì. Ora il caffè e la passeggiata sarebbe fra le auto parcheggiate e i palazzi appena costruiti;
Non tutti gli abitanti del quartiere sarebbero disposti ad evitare di parcheggiare intorno alla costruzione per quel giorno, ma uno sforzo lo faranno. Un gruppo di ragazzi mi ha chiesto di partecipare con delle bancarelle. Uno di loro ha un panificio, ho pensato di realizzare un pane a forma di cafauso (un pane al grano duro, orzo e chicchi di caffè);

Il cafausu al centro di una lenta scena "molto cinematografica da Lui escono le note di canzoni anni sessanta e s'intravede un tavolino con su appoggiato un mangia-dischi (in vinile ovviamente). Si ascolta "parole, parole, parole" di Mina e Albero Lupo, poi "amara terra mia" di Domenico Modugno, poi magari anche altro, per la gente che vive intorno. Forse però mi piacerebbe che queste nostalgie fossero diffuse ed interpretate dalla voce di Matilde e i suoi StudioDavoli.

Un decennio fa, attorno al cafauso, c'era la campagna, ed appoggiato ad un Suo lato, una tettoia. Lì un ragazzo e un cavallo bianco, hanno vissuto per anni, alcuni dicono che fossero innamorati. Ora il ragazzo vive probabilmente a Bologna. Alcuni dicono che anche quell cavallo è vivo. Mi piacerebbe portarlo a fare una passeggiata. Mi piacerebbe chiacchierare con il suo padrone;

Vorrei lavorare ad un film che fosse una molteplicità di visioni;
Disegnerò una serie di cafausi: su blocchi di carta o forse lo dipingerò, olio su tavola, una per ciascuna parte, magari dal vivo, con tavolozza e trepidi, sperando che qualcuno mi faccia un caffè ogni tanto;

Proporre la frivolezza di una passeggiata pomeridiana verso il caffé. Chiederò alla gente del quartiere di vestirsi eleganti una domenica. MI piacerebbe pulirlo, lavarlo, profumarlo (di caffé?), stendere intorno (sull'asfalto) un manto d'erba da giardino. Mi piacerebbe che Cesare Pietroiusti e Giancarlo Norese partecipassero, in qualche modo, magari semplicemente servendo il caffè.

Cesare Pietroiusti, se non ricordo male, conosce molti modi per prepararlo, molti di quelli in cui si realizza il caffé nel mondo: ad infusione, alla turca, con filtro, alla "napoletana", con la moka, solubile, istantaneo, americano, bollito, ecc.. (è un mondo affascinante sopratutto quando poi si entra nei dettagli: nocciolato, in ghiaccio con latte di mandorla, con menta e limone, con panna, cappuccino, espressino, calabrese, in granita (di mandorla), uccio, brasiliano, carioca, corretto, e quanti altri?) Mi piacerebbe che Cesare con la sua carismatica sensibilità ed intelligenza con Giancarlo fossero aiutati da un Bar storico di San Cesario: il Bar Natale e dai suoi formatissimi camerieri. La bella gente va servita bene;

Sto progettando uno strumento a s-fiato che suoni il borbottio. Lo realizzerà, se lo vorrà ancora, Giovanni Oriolo, in terra cotta o porcellana (sarà un oggetto molto delicato, uno strano sax a caffé, si eseguirà in piedi, come la gente che Lo guarda dai propri balconi). Mi piacerebbe che lo suonasse Cesare, poi anche David e tanti altri amici e sconosciuti;

Cecilia Galiena ha inviato per email da San Francisco un piccolo disegno in cui compare un Cecilia mi ha inviato anche un disegno: è "lu coffe ice", - “lu” articolo che in salentino vuol dire "il" ma è anche il mio diminutivo: “Lu” - un enorme bicchiere di vetro al posto del corpo del cafausu, dentro ghiaccio, latte di mandorla e caffé, il tutto ricoperto dal tetto a pagoda che attualmente sovrasta l'edificio;

Cecilia come Katrina Teivane vorrebbe spostare il cafauso in un altro luogo. Chiederò a Rita e al suo gruppo di architetti ed ingegneri "Serbatoi per Collaudi di progettare lo spostamento come se si trattasse di un edificio di rilevante importanza archeologica. Chiederò loro anche di produrre un preventivo di spesa per lo spostamento. Quest'ultimo sarebbe, ovviamente, per ogni dettaglio, anche per ciò che sembra minuzioso o inutile: barre di cemento, grossolana muratura difensiva, affreschi e numeri di telefono di ragazzi. il marciapiede che l' affossa, ecc. Si è pensato a diversi luoghi interni ed esterni, come il Vaticano, New York, India, Afganistan, Croazia, il deserto Libico, ecc. A tutti invieremo formale istanza;

Sto realizzando e producendo una documentazione sulla "vera storia" del (e dei) cafauso. A San Cesario vive un ex bibliotecario divenuto non vedente, si chiama Ganfranco Coppola, conosce molto bene la storia locale. Amante dell'arte (anche di quella contemporanea) va spesso a "guardare” le mostre", dice di conoscere molto dei coffe house, forse tutto. Dice che a San Cesario come in tutto il Salento gli abitanti o sono o diventano barocchi, è sacrosanto;

Vorrei che Andrea Mantovano raccontasse la storia reale di questi luoghi pubblici e privati assieme, un incontro da tenere al cafausu.

Girerò un piccolo video con Santa Oborenko (artista lettone) armata e di guardia al cafausu, per un’intera notte. Vestita come le piace: di seta gialla, "armata per non uccidere" come direbbe lei; Katrina Teivane è anche lei una artista di Riga dice che gli "americani" hanno sbagliato. Non dovevano progettare di costruire un nuovo altissimo edificio al posto di ground-zero. Avrebbero dovuto lasciare il buco, in memoria. Katrina dice che vorrebbe levare il cafuso lasciando quello che resta. Pensavo che si potrebbe spostare, come suggerisce Cecilia Galiena, il cafausu. Pensavo a New York, magari come monumento al cafausu (l’originale come monumento alla memoria di se stesso) e lasciare il buco del cafausu a San Cesario come monumento alla memoria delle Torri Gemelle.

Parlavo con Fabrizio un pomeriggio, sotto il cafausu. Si chiacchierava di guerra, alcuni bambini disturbavano. Lui riuscì a dire che forse un progetto d'arte poteva essere quello di murare vivi quei bambini, chiudendo l'ultima delle entrate rimaste aperte. Il giorno dopo in Ossezia accadeva quella mostruosità di cui tutti grossomodo ora abbiamo poca memoria (ma tutti ancora ricordiamo Erode). E' una visione spaventosa e bellissima troverò un modo per realizzarla;

Sto realizzando una serie di foto "uno a uno" del cafauso per ognuno dei 6 lati, mi piacerebbe vederlo cubista. Spiaccicarlo su un enorme muro al chiuso di una casa privata;
Mi piacerebbe far vedere una foto, è la foto del cafauso sotto la neve. Me ne ha parlato Mariangela la bambina che gioca e protegge il cafauso. Una foto bellissima. parla di fantasmi e deisideri;

Esiste a San Cesario un artista dimenticato che ha regalato un museo d'arte contemporanea (dimenticato anch'esso), è Aldo Calò, ha partecipato diverse volte alla Biennale di Venezia. Mi piacerebbe che si raccontasse di Aldo Calò da dentro il cafauso, due dimenticanze.

Mi piacerebbe che tutta la gente e gli artisti coinvolti in questo progetto vivessero per un po' a San Cesario, che ne nascesse un convivio, una occasione di conoscenza. Sopratutto mi piacerebbe che fosse Alessandra Pomarico a curare interamente questa "residenza". Con il suo solito amore. Mi piacerebbe anche che Lei mi aiutasse a trovare la colonna sonora del Cafausu;

Vorrei realizzare la visione di una donna che ho conosciuto, si chiama Miele. Una donna drogata e violentata con una ferocia inaudita, proprio dalla persona a cui avrebbe sacrificato la vita, dal suo compagno di vita. Stuprata brutalmente e ferita, bruciata da lui e dai suoi amici e compagni di squadra, in una notte lunghissima e devastante. Lei era incinta durante la violenza del quinto mese, lui lo sapeva benissimo. Il figlio ora è tutto quello che ha. La visione che mi ha raccontato è quella di una Madonna Felina, con un bambino in braccio che per una giornata intera ruggisce alla gente che si avvicina al suo nido: il cafausu. Da quando me lo suggerito ho sempre pensato ad Anna Galiena, ad una perfomance che dura ore, al riparo dal sole estivo.

Tutto è aperto, vorrei portare ancora gente in questo posto, come ho fatto in questi mesi, e parlare del cafauso. A molti continuo a pensare (in questo momento con insistenza ad Emilio Fantin). Molte cose verranno oltre queste ipotesi e tante di queste non si realizzeranno. Passeggiando, guardando, perdendosi, seguendo il caso.

Cercherò di leggere i fondi delle tazzine del caffé...

Luigi Negro >
luiginegro@undo.net
www.undo.net - www.undo.net/synapser - www.undo.net/oreste +39 328 33 69 039

Monday, February 13, 2006

ll falso Luca [Lu Caf'Haus(u)] - Lu Caf'Haus(u)

Il falso Luca
[Lu Caf'Haus(u)].

Lu Caf'Haus(u) è territorio d'accumulazione di senso, di svolgimento di senso. Di mancanza di senso. È quello che siamo e non siamo simultaneamente, (scandalosamente) senza scandalo. È ciò che stiamo diventando e quello che siamo non stati. Al centro esatto di un lungo corridoio d’insalienze e fallimenti (una volta erano cipressi), passaggio per il limbo. È il nulla, segno oscu-ro, campo della disfatta.
È un presagio inaccessibile, luogo alieno..

È il varco per l'ade.

the False Luke

The False Luke

This project is about things that acquire a value of aesthetic configuration but that also contain as-pects related to anger, ethics, politics, and all those things that are pertinent to life. This project is about an object that is already situated in a place; my aim is to clarify its vision without changing its nature – including the moving of the object itself. This object has an entrance – maybe a metaphor for death - a threshold that anybody can pass, but once inside, there is nothing there to be found. On the other hand, what is outside is even less (more death, exploitation, abuse, violence, numbness to all of the above.). This object is a living metaphor. It is like putting a live person inside an art gallery. All the people that are participating into this project are only instrumental; they are not the end goal. I am very interested in human relations, but relations are instrumental to my idea, they are not the end result. It is about an aesthetic sociology: things are already situated in a places; there is no need to add much to them or to invent them anew. The Cafausu undergoes constant change; it dies and comes back to life all the time. What really dies though is the sense of things and bodies, sense dies before things and bodies die. Nobody is shocked by events anymore (see the killing of the hundreds children in Ossetia…). Sense for me comes before value; this is not a moralistic project/idea.